Emergenza adolescenti?/ Gli adolescenti tra “disturbo” e “disagio”

luglio 4, 2014 § 1 Commento

 anna peloso*

éParto da una precisazione. “Disturbo” e “Disagio” sono due cose diverse. Il disagio è un’area grigia di situazioni che certo possono scivolare nel disturbo. Ma è essenzialmente un’area di situazioni transitorie e reversibili. In ospedale, dove io lavoro, non c’è mai il disagio. Noi incontriamo il disturbo, spesso già molto grave. Ma perché gli adolescenti si ammalano? I fattori sono molti.

Per prima cosa va segnalata la presenza di situazioni di rischio psico-sociale che hanno influenzato la cultura familiare e le competenze genitoriali. Come sappiamo, si è passati da un modello educativo di tipo etico ad uno di tipo affettivo (G.P. Charmet). Non si ha più a che fare col “sentimento di colpa” (fatto di limiti e divieti), ma con la possibilità di “riparare” al “danno” eventuale.

Oggi la cultura familiare è “affettiva”, fondata sulla costante valorizzazione delle competenze e sull’obiettivo di rendere il bambino “felice” pur non sapendo che cosa sia questa felicità. Per questo, non appena c’è una situazione critica, scatta il meccanismo della “vergogna” che è difficilmente riparabile. Essere adeguati, felici è un imperativo: se si fallisce non c’è scampo. E si generano frustrazioni, conflitti, disagi.

Pertanto, la cultura familiare ha generato legami invischianti e vischiosi con una sempre maggiore parificazione tra posizione genitoriale e figli. C’è quindi un grave deficit di “funzione paterna” che oggi dobbiamo rilevare e molto spesso sono le madri ad essere depositarie delle due funzioni.

Il gruppo dei pari, poi,  ha sostituito i vincoli della famiglia e gli adolescenti trovano sostegno presso i coetanei sin dalla prima infanzia.

Va rilevata anche la funzione di internet e della sottocultura dei mass media che hanno generato una patologia emergente: quella della dipendenza dagli strumenti informatici che saturano, in tempo reale, il bisogno di comunicazione e che, per altro,  impedisce di sperimentare la solitudine positiva dell’interiorità,  aprendo a “solitudini patologiche” ed ad un uso sbagliato delle proprie potenzialità cognitive.

Tutti questi fattori, che fanno capo in definitiva al disfunzionamento dei legami familiari, rende ragione della lunga durata del lavoro in ospedale che talvolta siamo chiamati a svolgere a seguito del ricovero di un adolescente.

Uno spazio psichico allargato

Se mi sono soffermata su questi fattori è perché penso che la presenza di una “spazio psichico allargato”, inteso come ambiente concreto che circonda l’adolescente, sia un fattore fondamentale da considerare. Noi operatori, quando riusciamo ad intervenire, stiamo dentro a questo spazio psichico allargato che può essere un reale fattore evolutivo.

Le carenze di tale spazio sono alla base delle fragilità nella costruzione della personalità di questi ragazzi e ragazze. Se le radici sono più salde, il disturbo non ci sarà, o comunque sarà minore.

La mancanza di tali basi fa sì che la costruzione della personalità dell’adolescente, specie in funzione del futuro, sia “a rischio”.

Noi incontriamo infatti, ragazzi e ragazze incompetenti nell’affrontare non solo i traumi, ma anche le incertezze cui devono comunque confrontarsi, proprio perché manca la dovuta prevenzione in età di latenza.

Va detto che la scuola ha un ruolo centrale, un ruolo che pesa,  ma che ha perso però molto della sua competenza nel rilevare deficit e rischi. Ciò è senza dubbio legato alle difficoltà strutturali della scuola oggi, ma anche  a difficoltà legate alla precocità di esordio delle patologie e della gravità dei disturbi.

Ma perché l’adolescenza è un momento così critico in cui emergono elementi patologici?

Spieghiamolo con una metafora: l’adolescenza è come un terremoto che scuote una casa che però non è stata costruita con criteri antisismici. L’adolescenza mette in crisi una struttura che tuttavia è già fragile, apre delle crepe in questa casa e talvolta la fa implodere.

 Quali “compiti evolutivi”?

Quali sono i “compiti evolutivi” da rilanciare per gli adolescenti? Ne vorrei sottolineare alcuni  per me importanti:

 

–         Attivare una capacità riflessiva sui propri comportamenti: la narrazione di sé è una delle difficoltà centrali da affrontare.

–         Sviluppare un intervento psico-educativo per cambiare il contesto e lo stile del pensiero. La simbolizzazione di sé, vedersi con altri occhi: sono fattori essenziali di protezione.

–         Accompagnare i cambiamenti somatici. Essi avvengono lentamente nel tempo intrecciando momenti di benessere a difficoltà, a situazioni di stallo. Nella prima adolescenza (11-14 anni) possono emergere tratti depressivi (legati al fatto che stanno lasciando qualcosa di positivo e rassicurante, l’infanzia, per divenire “non più figli”). L’uscita dall’infanzia va sostenuta con equilibrio. E’ il processo di separazione/individuazione che si presenta con il suo “passato che ritorna” e che va accompagnato. La prima adolescenza chiede di rappresentare il nuovo corpo sessuato, di comprendere la propria identità di genere e di creare nuovi legami affettivi e sociali. Tutto questo può essere problematico per un adolescente.

–         Aiutare i ragazzi a decodificare i sintomi che segnalano un disturbo, dandogli un significato. Che valore ha, infatti, il sintomo? Ha un valore comunicativo enorme che va esplorato come fanno gli archeologhi, con calma e dando tempo. Il sintomo nasconde ciò che il soggetto non è in grado di elaborare, imprigiona aspetti che non si ha il coraggio o gli strumenti per affrontare. L’anoressia, ad esempio, è satura di significati. Soffermarsi sul sintomo in sé non serve, occorre aggirarlo e guardare oltre. Il sintomo, infatti, ha un forte potere organizzatore che va però superato. Esso interrompe i nessi tra sofferenza mentale e conflitti, ma depista.

–         Jeammet ci ha insegnato che il comportamento, il passaggio all’atto è una modalità di espressione scomoda, ma preziosa. Il vissuto, che non si sa “mettere in parola” viene trasformato in azione. Sta all’operatore dargli un senso, a piccole dosi, affinché il ragazzo, la ragazza lo possano far proprio. L’apparato mentale serve a filtrare la realtà esterna ed interna, serve a produrre pensieri e per far questo, come in un laboratorio chimico, deve trasformare gli elementi di base in elementi più complessi e raffinati. Ma se il laboratorio ha pochi strumenti, il processo si ingolfa e non trasforma nulla, anzi scoppia e passa all’azione o si blocca determinando comportamenti inibiti, auto recludenti.

–         Le difficoltà nascono dalla carenza di esperienze relazionali e di riflessione che possono emergere anche dal nomadismo delle famiglie oggi, dalla frammentazione della vita sociale, dai continui spostamenti, dai processi di sradicamento urbano e relazionale, dalla complessità delle relazioni familiare attuali. Anche questo è un elemento da regolare e considerare.

Come giustamente viene rilevato da molti, il modello di cura deve essere multidiscipliare e sviluppato in rete e non essere esclusivamente condizionato da una “diagnosi”. Conta molto di più la conoscenza, da più punti di vista, del funzionamento del minore e della famiglia, della loro interazione.

Dobbiamo sforzarci di conoscere e far emergere i punti di forza, gli elementi sani.

E qui sta il grande valore dell’intervento psico-educativo e della “funzione terza” degli educatori per mediare tra il mondo esterno e l’adolescente, assumendosi anche parti di funzione genitoriale che, come detto, è spesso carente. Per questo l’educatore deve anche conoscere il “proprio modo di funzionare” altrimenti lui stesso può divenire “oggetto traumatizzante”. E’ un rischio, ma occorre correrlo e se possibile, controllarlo.

* Prof. Aggregato Cattedra di Neuropsichiatria Infantile Dip. Scienze Pediatriche  dell’ Università di Torino

 

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