Emergenza adolescenti?/ Adolescenza: alcuni punti di riferimento

luglio 4, 2014 § 1 Commento

 stefano vitale

éL’adolescenza è una fase cruciale dello sviluppo di ogni persona. E’ un momento certamente critico, ma non si sia troppo affrettati nel parlare di “crisi” o di “rottura”.  L’adolescenza ha una sua specificità, ma è anche una tappa del processo, complesso ed articolato, che parte dalla nascita per giungere all’età adulta.

L’adolescenza non è un passaggio secondario, un “problema” da superare. I comportamenti, la personalità di un individuo esistono in funzione di un passato e di un presente: in questo senso l’adolescenza sta dentro ad un percorso con le sue fratture, le sue difficoltà, ma anche con le scoperte, le sue positività. Gli adolescenti, i giovani adulti, sono il prodotto di 18/20 anni di una storia personale e collettiva e non unicamente degli anni immediatamente precedenti a quel momento della vita che chiamiamo “adolescenza”.

Gli inizi dell’adolescenza: si possono fissare in concomitanza con l’accelerazione della crescita della struttura dello scheletro che può essere indicata tra gli 11 ed i 13 anni, a seconda degli individui o con l’apparizione dei caratteri sessuali secondari, la famosa pubertà   che si sviluppa tra i 12 ed i 14 anni. La fine dell’adolescenza, dal suo canto, dipende dai criteri di riferimento prescelti.

Per esempio, dal punto di vista dei riferimenti fisiologici la crescita dell’individuo termina intorno ai 20 anni. Sul piano degli ormoni sessuali la stabilizzazione del ciclo femminile avviene verso i 18/20 anni. Si può usare il criterio della maggiore età che varia secondo gli stati e le epoche. Si può tenere conto del parametro dell’ingresso dei giovani nel mondo sociale e professionale. Ma come sappiamo questo è un criterio ambiguo: vi sono dei “vecchi” studenti di 25 anni e dei giovani lavoratori di 17 anni. Lo stesso vale per l’autonomia materiale e forse anche per il criterio dell’autonomia psico-affettiva visto che anche gli stessi adulti sono spesso lontani da questa autonomia.

L’infanzia vicina

I bambini di 9/11 anni sono caratterizzati da una crescita motoria ed affettiva stupefacente: essi manifestano un grande controllo del corpo, le loro relazioni sociali e affettive si inscrivono in una dinamica di apertura positiva e ricca di scoperte. I ragazzini e le ragazzine a questa età si sentono a loro agio, almeno in generale.

Questo è il momento della fine delle scuole elementari: sono i “grandi” della scuola, e questo li valorizza e li fa sentire bene. A scuola c’è anche il maestro che conoscono e che li conosce bene; c’è la classe con la quale hanno vissuto un pezzo della loro infanzia, c’è un ritmo quotidiano e settimanale di attività, incontri, relazioni che ha assunto una struttura regolare, equilibrata. Sempre quando tutto va bene. Infine, va detto che la visione e la comprensione del mondo, a questa età, sono relativamente limitate: i bambini di 9/11 anni vivono ancora molto centrati sulla cellula familiare, con le sue protezioni e le sue tolleranze e regole consolidate.

Questo equilibrio, tuttavia, cambia ed incontra nuove esperienze e situazioni con l’ingresso nell’adolescenza.

L’accelerazione della crescita

Ad un certo punto capita qualcosa di nuovo che, come detto, si innesta su una storia precedente ed apre una nuova fase. Inizia tra gli 11 ed i 13/14 anni (come si sa, prima le ragazze, poi i maschi). Questa accelerazione riguarda, prima di tutto, lo sviluppo del peso (si aumenta dai 6 agli 8 kg. tra i 12 ed i 14 anni) e di statura ( dai 15 ai 20 cm. tra i 12 ed i 14 anni), la crescita ed il rinforzarsi della struttura ossea e muscolare.

Tale sviluppo riguarda anche lo sviluppo “interno” fisiologico: il cuore ed i sistema circolatorio, i polmoni, il sistema digestivo fanno un salto importante. Questi passaggi non sono regolari e cambiano da persona a persona. Essi dipendono da una molteplicità di fattori personali ed ambientali. Una cosa è certa: l’adolescenza introduce dei fattori di irregolarità e discontinuità.  Diverse conseguenze derivano da tale sviluppo irregolare:

  • Un certo disagio legato all’accettazione del corpo: cambia troppo in fretta e molto spesso non è facile “gestire” ed integrarne le modifiche.
  • Momenti di affaticamento fisico dovuto proprio alla crescita, cambiano le strutture dei tempi di riposo e si instaurano nuovi ritmi di vita.
  • La necessità, data la crescita ossea e lo sviluppo della massa muscolare, di una nuova alimentazione, adatta alla situazione.
  • L’attenzione verso le attività fisiche praticate senza precauzioni che  possono avere delle conseguenze pesanti: malformazioni cardiache legate a sforzi eccessivi, deformazioni ossee, patologie articolari dovute a forti sollecitazioni dello scheletro e dei legamenti.

 Non è un caso che per i giovani adolescenti si usa spesso la metafora per la quale gli adolescenti hanno “il motore di uno scooter nella carrozzeria di un camion”. Tuttavia non bisogna pensare che a 16/17 anni tutto sia risolto: anche nei “grandi adolescenti” possiamo riscontrare problematiche analoghe.

La pubertà

Verso i 12/13 anni per le ragazze e  verso i 13/14 anni per i maschi la crescita ormonale determina la maturazione degli organi sessuali e l’apparire dei caratteri secondari propri a ciascun sesso.

Questo sviluppo ormonale è accompagnato da alcune disfunzioni di ordine fisiologico e psicologico che hanno un peso importante nella strutturazione della personalità dell’adolescente che poi diverrà adulto.

 La scuola

Entrare nella scuola media significa ritrovarsi in una collettività scolastica più ampia, certamente nuova, inedita, con professori diversi che hanno richieste nuove. I ragazzi e le ragazze sono confrontati con situazioni anche un po’ misteriose, e vivono situazioni scolastiche molto diverse da quelle della scuola elementare, segnate da un ritmo irregolare, frammentato.

In terza media c’è pure il problema del proprio orientamento scolastico futuro: tutto questo accade in una fase di crescita e dunque in un momento di disequilibrio della persona.

Il lavoro

Anche qui “il peso della realtà” è molto presente: vi sono scuole, oggi, che preludono ad una disoccupazione certa; l’ingresso in contesti scolastici di avviamento lavorativo è segnato talvolta da sogni ed illusioni: colui che sognava di essere  medico si ritroverà commesso in un negozio.

Questa “morte dell’immagine del proprio futuro”, che certo non avviene immediatamente , ma che entra nel gioco psicologico degli individui adolescenti, ha delle conseguenze importanti.

Il rischio della perdita del desiderio di progettarsi, di proiettarsi sul futuro: questo sentimento di essere stato in qualche modo “tradito”, si traduce in comportamenti sociali a volte anche problematici che possono giungere alla devianza, persino alla violenza.

Aspetti psicologici

Già si è detto della fine del mondo protetto dell’infanzia. L’adolescenza  è l’età nella quale ci si rende conto che il mondo non si ferma alla famiglia, al quartiere, alla scuola, ma che è ben più vasto e complicato. Si colgono le ineguaglianze sociali, si scopre che vi sono dei Paesi sfruttatori e dei Paesi sfruttati, che esiste l’altro sesso. Questo mondo che si allarga e si dilata è percepito e vissuto, al tempo stesso, con paura e curiosità.

E’ il momento in cui il corpo ricorda quello di un adulto mentre lo sviluppo psicologico è ancora distante da quella condizione. Ed i messaggi dati e ricevuti sono spesso contraddittori.

Ci sarà senz’altro capitato di vedere una ragazza di 13 anni, con il corpo “da donna”, giocare all’elastico; oppure un ragazzo di 14 anni, alto 1,75 cm. che gioca coi soldatini; o ancora la ragazzina adolescente di 14 anni che cerca di fidanzarsi con un ragazzo di 19 anni (quando non si tratta del suo educatore o dell’amico di famiglia) colpita dal suo aspetto fisico.

Dobbiamo quindi diffidare delle apparenze che rischiano portare gli adulti ad esigere da loro più di quanto siano in grado di dare (responsabilità troppo importanti, attività inadatte, …) o di proiettare su di loro delle angosce che non corrispondono affatto alle loro reali preoccupazioni. Ma siccome, al tempo stesso, rifiutano, a giusto titolo, di essere considerati dei bambini, il margine di manovra per gli adulti è talvolta molto stretto.

L’adolescenza è un periodo della vita in cui l’immagine che si ha di se stessi non sempre è valorizzata e positiva: gli adolescenti possono avere il viso pieno di brufoli, sono diventati grandi troppo in fretta e si sentono sgraziati. Persino l’essere belli può essere un problema.

Non è raro vedere delle ragazze di 13/16 anni rifiutarsi di mettersi in costume da bagno davanti agli altri, o indossare degli abiti sufficientemente larghi per nascondere le proprie forme, oppure, sfoggiare provocatoriamente il proprio corpo oppure ancora indossare abiti assurdi, ma “alla moda” per non apparire diversi dagli altri.

 

Nuovi punti di riferimento sociale

Negli adolescenti vi è il bisogno di punti di riferimento sociali: questi spingono i ragazzi e le ragazze a ricercare la compagnia di coloro che vivono gli stessi problemi, anche se i rapporti tra loro possono essere a volte aggressivi. Ma vi è anche il rischio dell’isolamento, del ritiro sociale. Cercano contatti, ma li temono, talvolta non sanno gestirli.

Le mode musicali, l’abbigliamento, il linguaggio, i comportamenti fusionali possono essere letti come forme di rifiuto del mondo sociale e strumenti di provocazione verso gli altri, gli adulti in particolare. Ma devono essere anche accolti come processi  necessari di costruzione della propria autonomia e della propria identità.

Gli adolescenti cercano anche dei punti di riferimento che sopperiscano alla perdita della famiglia come unica struttura di sostegno: l’impegno in gruppi confessionali o politici, l’associazionismo, lo sport possono essere un valido aiuto.

Non sottovalutiamo, poi, i problemi legati proprio a questa ricerca di nuovi riferimenti: fallimenti scolastici, fughe, gesti esagerati per questioni superficiali, ma anche l’anoressia, il rischio delle tossicodipendenze, il suicidio.

 

Parlare a sproposito?

Quando ci riferiamo al complesso mondo degli adolescenti è facile fare confusione sui termini che utilizziamo per indicare una certa “condizione” che li riguarderebbe. Proviamo a fare un po’ d’ordine nelle parole che usiamo

Partiamo dal “disagio”: il dizionario Zingarelli privilegia l’aspetto materiale della questione: esso corrisponde, prima di tutto, alla mancanza di agi, comodità. Privazione, sofferenza per la scarsità di cose necessarie. Ma si parla anche di emozioni : sentirsi a disagio, provare fastidio, imbarazzo.

Invece la “Devianza” è definita come “difficoltà dell’individuo ad adattarsi alle nome comportamentali ed etiche dell’ambiente in cui si vive, che si manifesta in una condotta antisociale”. Predomina l’idea dell’allontanamento dal giusto: deviare dai principi stabiliti dalle norma.

Le motivazioni sociali ed individuali che possono spingere alla devianza sono molteplici. Il disturbo psichico sta in una relazione dialettica, non direttamente causale con la devianza e con i processi di “Disadattamento” : definita dal Dizionario Zingarelli come “ incapacità  di risolvere i problemi posti dall’ambiente quotidiano, incapacità di soddisfare alle esigenze dell’ambiente sociale o ai normali bisogni di relazioni sociali”.

Non si tratta quindi esclusivamente di un problema soggettivo, di volontà, ma di un problema connesso alle reali condizioni di vita degli individui e, quindi anche alle esigenze poste dalla società stessa che possono essere, come spesso accade, troppo complesse.

“Prevenire” è una voce dotta dal latino prae-venire: ovvero precedere qualcuno arrivando prima di lui, anticipare intervenendo prima di altri, impedire che qualcosa avvenga o si manifesti, provvedendo in anticipo. Prevenire non è dunque disgiunto da progettare : pro-iacere, gettare in avanti, prefigurare.

Purtroppo molto spesso l’agire dell’adolescente è percepito come “deviante in sé”. Il fatto è che egli è talvolta in difficoltà nel trovare delle soluzioni soddisfacenti per risolvere i problemi di identità personale. La fatica di reggere il gioco della flessibilità dei percorsi, delle scelte, degli atteggiamenti in un contesto sociale sempre più differenziato e disgregato ha la sua parte.

Non è casuale la difficoltà delle giovani generazioni ad assolvere ai compiti evolutivi richiesti: frammentarietà dei processi di socializzazione, istituzioni educative che procedono per compartimenti stagni, dicotomia tra amplificazione degli obbiettivi proposti e restrizione oggettiva delle effettive opportunità di riuscita, passaggio dall’infanzia all’adolescenza e di qui all’età adulta sempre più confuso (assenza di riti di passaggio) con mancanza di punti di riferimento.

Talvolta nel caso degli adolescenti “in difficoltà” si parla di “Disturbo”. Proviene dal latino “disturbare” composto dalla particella dis- (che aumenta, ed ha anche significato di forza) e turbare, ovvero disordinare, scompigliare, confondere. Si tratta di qualcosa che, con forza, introduce disordine, turba l’ordine delle azioni, dei sentimenti, delle percezioni e relazioni con se stesso, col mondo. Non è un deviare, un cambiare direzione magari mantenendo una coerenza; è proprio una forma di confusione, incoerenza che può benissimo vivere di una sua “logica”, ma è certamente capace di generare appunto disordine perché da esso proviene.

“Questa situazione mette in evidenza come l’abitare il disagio rappresenta per molti soggetti l’impossibilità a vivere la crisi cogente che ci attraversa e che, su più piani, ci costituisce come esseri non-più-progettanti. Questi individui sono lo specchio delle contraddizioni del sistema attuale, la “coscienza infelice” dell’odierna destrutturazione sociale” (G. Giachery, Etica della padronanza, pag. 75).

Dalla famiglia etica alla famiglia affettiva

La costruzione dell’identità personale sociale è una delle chiavi di lettura del mondo adolescenziale.  Gustavo Pietropolli Charmet nel libro “I nuovi adolescenti”, Cortina, Milano, 2000 aveva messo in rilievo un altro livello di trasformazione: quello che va  “dalla famiglia etica alla famiglia affettiva”. Nella “famiglia etica e patriarcale” dominavano le regole prescrittive e le scelte personali erano molto limitate. Nella “famiglia affettiva” , le scelte individuali sono più ampie, ma viene registrato un aumento di ansia, specie a causa del desiderio del successo personale dei diversi membri della famiglia (genitori, ovviamente compresi).

Il “patto familiare” viene ora fondato su valori di tipo affettivo: “siamo una famiglia perché stiamo bene insieme”. Ne consegue un’attenzione, spesso anche esasperata, per la “negoziazione” ad ogni costo, anche perché in definitiva ciascuno finisce per “fare le sue regole” e tende ad essere in secondo piano “chi sanziona” in caso di trasgressione. Ne deriva una difficoltà della famiglia a tollerare il conflitto e le “separazioni” (più o meno simboliche) che ne conseguono. E soprattutto, presi come sono i membri della famiglia alla “realizzazione di sé”, si possono verificare disgregazioni e confusioni. Perché c’è un altro paradosso: gli eccessi di “dover essere” affettivamente determinati finiscono per rovesciarsi in un sistema di collusioni ed amicalità che non aiutano l’equilibrio dei più giovani e che quando saltano possono aver e produrre effetti drammatici. L’ansia e la solitudine, ma anche certi disordini emotivi, certi fenomeni di depressione di cui spesso si parla oggi a proposito degli adolescenti e dei giovani non sono tanto il frutto di un eccesso di distanza coi “padri”, quanto  di un eccesso di vicinanza (che paradossalmente genera distacco ed indifferenza). Il fatto è che la famiglia non può essere “prescrittiva e regolativa” solo sulla base di “ruoli dati” senza una relazione, ma neppure riesce a produrre relazioni significative senza una chiarezza dei ruoli e delle responsabilità.

Fragile e spavaldo: ritratto dell’adolescente oggi

E’ il titolo di un altro libro di Gustavo Pietropolli Charmet (Laterza, 2008). Qui prosegue la ricerca del precedente libro ribadendone tutto l’impianto teorico e l’analisi del modello familiare. Le categorie nuove introdotte descrivono però un diverso “paesaggio”: quello segnato dalla fine della “famiglia edipica” dove dominava il senso di colpa e dalla nascita della “famiglia narcisistica” in cui la dinamica dei patteggiamento e della flessibilità delle regole è evidente. Ne viene fuori un adolescente che percorre il passaggio dall’infanzia alla vita adulta affrontando rischi e utilizzando mappe e travestimenti molto diversi da quelli sperimentati dalle generazioni precedenti; guarda al futuro e mai al passato, teme la noia e la vergogna, fa della creatività uno strumento di crescita. È un Narciso il nuovo adolescente, insieme spavaldo e temerario, delicato e fragile. Non è stato allevato, come detto, in un modello educativo rigido e autoritario, non lotta con un onnipresente senso di colpa verso qualunque istinto possa allontanarlo dal gruppo famigliare. Al contrario, viene da un’infanzia privilegiata e fatica a lasciarla. Sballottato tra genitori troppo “vicini” e pressanti e comunque cresciuto alla ricerca di una mamma spesso troppo impegnata, è abituato a considerare i suoi genitori come gli alleati per eccellenza e, libero dal complesso edipico, può riversare la rabbia verso altri obiettivi. Lavora sul suo corpo in trasformazione con il piercing, lo sport ossessivo, la ricerca morbosa di magrezza e ne fa un potente simbolo di proiezione nel futuro. Crea nuovi rapporti con il gruppo e inventa modi inediti, davvero paritari, di vivere la coppia. Attraversa il presente trasportato da una fortissima pulsione verso quel futuro che lo attrae e lo respinge: la sua creatività non nasce dal dolore, ma da un desiderio costruttivo che spalanca canali espressivi del tutto nuovi. Di fronte al fallimento della speranza, però, “Narciso” reagisce con una violenza fredda, sconosciuta alle generazioni passate. È quanto vediamo accadere ai ragazzi delle desolate periferie metropolitane. Tutte queste caratteristiche contraddittorie assumono poi una valenza più dolorosa e complessa nel momento in ci le famiglie subiscono traumi, lutti, separazioni, composizioni e ricomposizioni. In un’intervista (Repubblica, 8.11.2008) Pietropolli Charmet ha precisato un concetto importante: “Se vogliamo recuperarli alla motivazione allo studio bisogna aumentare la competenza (degli educatori, n.d.r). Quando sono dentro una relazione con un adulto abbastanza competente, sono molto etici, s’impegnano sul piano della narrazione di sé, mostrano una grande capacità di ricognizione della loro mente…”.

Il fatto è che si fa strada nei ragazzi e nelle ragazze una volontà di “presa di distanza” che spinge gli adolescenti a cercare altrove, non più in famiglia, dei riferimenti adulti.

La “base d’elezione” di questi adulti  è altrettanto diversifica: in ogni caso lo statuto sociale non è determinante, ma la scelta viene fatta sulla base di qualità tipo: adulti capaci di ascoltare senza giudicare; di comprendere senza far troppe parole; di presentarsi come un adulto “non esclusivo” impegnato in questa relazione; capace di dire “no”  e porre dei limiti, essere competenti.

Essere scelti dagli adolescenti in una situazione in cui nessuna domanda è formulata esplicitamente e nessun impegno è conclusivo, in cui tutto può cambiare rapidamente non è certo riposante per un adulto, per un educatore, un genitore. E non è neppure sicuro che ciò possa avvenire.

Sapere che questa relazione ha per scopo “divenire inutili” il giorno in cui l’adolescente non ne avrà più bisogno, esige degli adulti ben equilibrati, disponibili e sereni, di adulti “naturali” con le loro debolezze e passioni, degli adulti che siano “adulti” per davvero.

Servono degli individui che non cedano alle facili dinamiche seduttive, che non siano degli automi, statici e senza debolezze, inavvicinabili, ma neppure degli stracci informi, malleabili ad oltranza, che si lascino strapazzare bene bene prima di essere riposti nell’armadio. Non è una cosa semplice, ma neppure l’adolescenza è una passeggiata.

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