L’analfabetismo di ritorno/ Un fenomeno ricorrente

maggio 4, 2014 § 1 Commento

marisa notarnicola

éAlla fine degli anni ’60 i1 100% dei bambini provenienti da famiglie di analfabeti totali aveva conseguito la licenza elementare. Nel 2000 quasi il 70% era arrivato al diploma.

A partire dagli anni ’90 le indagini internazionali IEA(Institute of Educational Achievement) ed anche quelle dell’Istituto Cattaneo pubblicate dal Mulino denunciavano che la scuola aveva fatto un balzo in avanti in termini di scolarità formale, ma non vi era corrispondenza tra il titolo di studio conseguito e le competenze acquisite.

Le indagini IEA avevano rilevato che quasi un quarto dei ragazzi che avevano preso la licenza di scuola media mostrava un deficit notevole nella capacità di lettura, scrittura, calcolo, ed anche chi aveva conseguito un diploma non era esente da carenze nella lingua e nella matematica.

La scuola, sostiene De Mauro, girava a vuoto come le ruote di un carro affondate nel fango. In sostanza non era riuscita a rimuovere l’handicap iniziale di quella massa di studenti proveniente da famiglie a bassa scolarità e non era riuscita a coniugare apprendimento formale e competenze tecnico-pratiche. Ciò che era andato perso, secondo lui, erano i valori e le abilità acquisite nella “bottega familiare”, ottima palestra di elaborazione tra sapere e saper fare.

La scuola riformata degli anni ’60 aveva garantito il cosiddetto pezzo di carta, quasi un bonus per la mobilità sociale, ma non era riuscita a tenere il passo con i ritmi accelerati dell’industrializzazione in atto nel paese, non essendo stata in grado di fornire bussole per l’orientamento ed ancoraggi sicuri con l’acquisizione di solidi strumenti culturali, in una realtà sociale e produttiva sempre più complessa.

Per i giovani della scuola riformata, la lingua italiana sarebbe dovuta diventare fattore unificante tra chi la padroneggiava, avendo alle spalle una famiglia più acculturata, e chi invece proveniva da una famiglia culturalmente disagiata.

Altri furono i fattori unificanti: un linguaggio fatto di slogan e di stereotipi, il richiamo all’acquisto di beni di consumo attraverso la pubblicità, una società che, attraverso i media, faceva leva sull’apparire e sulla immagine.

Già Pasolini e don Milani avevano messo in luce i rischi e i pericoli di una società dei consumi che si muoveva in parallelo all’industrializzazione del paese e che, come avevano sostenuto molti altri noti maestri e pedagogisti, tra cui Lodi, Tamagnini, Ciari, Rodari ecc., cambiava il modo della formazione degli individui: non era una scuola capace di neutralizzare i meccanismi di esclusione e di mettere tutti nella condizione di gareggiare alla pari.

In verità politiche un po’ più virtuose vennero messe in atto negli anni ’70 dietro le spinte di rinnovamento da parte di quei docenti più consapevoli che rifiutavano il formalismo burocratico della scuola ed avevano fatta propria la lezione dei grandi maestri e pedagogisti già ricordati.

La realizzazione di un modello educativo come il tempo prolungato, che prevedeva orari più lunghi per gli studenti, compresenze e laboratori, creava una maggiore possibilità di integrazione tra livelli culturali differenti, ma non supportato oltre un certo periodo, si avviò lentamente al declino.

La scuola dell’oggi è caratterizzata da una frammentazione dei saperi che non rispondono ad un disegno unitario ad una visione sistematica che faccia i conti con i cambiamenti e le trasformazioni della vita sociale e non si misura, se non in minima parte, con i problemi crescenti di un analfabetismo di ritorno che è diventato molto allarmante.

I dati Istat del 2012 riportati da Roberto Ippolito nel suo libro-inchiesta Ignoranti (Chiarelettere, Milano 2013) denunciano che il 45% della popolazione di età compresa tra i 25 ed i 65 anni possiede solo la licenza di scuola media, mentre in Europa la media è del 27% .

Le abilità apprese a scuola si deteriorano nel corso della vita, dice De Mauro, che nel suo saggio La cultura degli Italiani (Laterza, Roma-Bari 2004) denuncia che il 71% della popolazione è tagliata fuori da ogni informazione veicolata in forma “scritta, mentre la possibilità di ampliare i corsi di  riapprendimento rimane piuttosto bassa”. Le parole che abbiamo, ma soprattutto le parole che ci mancano, sono la misura delle nostra capacità di essere cittadini. Lo ripete De Mauro nel suo ultimo saggio scritto con Andrea Camilleri La lingua batte dove il dente duole (Laterza 2013). La «difficoltà di accedere a testi scritti egli prosegue, provoca una sorta di cecità e sordità sociale e comporta l’incapacità di informarsi e controllare ciò che succede nella società e i risultati ricadono su tutti».

In un appello di settembre 2013, rivolto alla ex ministra della pubblica istruzione Carrozza e a Cecile Kienge, ex ministra per l’integrazione, De Mauro chiede di diffondere a livello capillare su tutto il territorio nazionale, con i futuri Cpia (Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti), corsi di riapprendimento per gli adulti e di alfabetizzazione per gli stranieri all’interno di un sistema permanente di istruzione che realizzi le raccomandazioni europee del “Lifelong learning”. Chiede inoltre che si creino opportunità complementari al sistema scolastico che aiutino la popolazione debolmente alfabetizzata sia autoctona che migrante, come supporti alla lettura nelle biblioteche o in circoli culturali, programmi televisivi dedicati, siti ed app creati specificamente per lettori deboli.

Oggi la cultura non rientra tra le priorità nei bilanci del ministero dell’istruzione, né la regressione culturale ampiamente documentata dai dati statistici e da quelli della Federcultura suscitano allarme, neanche quando questa incide in modo negativo sullo sviluppo e sul progresso economico del paese.

In varie parti del mondo, molti governi si preoccupano dei livelli di scolarità e di istruzione, garanzia di civismo e di sviluppo economico e produttivo del loro paese.

Molti economisti accreditati sostengono che, anche se capitali ed imprese si trasferissero in aree geografiche dove sono bassi i livelli di formazione del capitale umano, lo sviluppo economico non decollerebbe.

A pesare è anche l’analfabetismo informatico che si intreccia con quello di ritorno, in quanto non si riesce a pensare che chi ha difficoltà di lettura, calcolo e scrittura, possa facilmente accedere ad un uso delle tecnologie informatiche.

Le raccomandazione della Commissione europea contenute nel “Memorandum sull’istruzione e la formazione” a proposito delle competenze tecnologiche ed informatiche che bisogna possedere nella società della conoscenza e che sono la premessa per sviluppare innovazione ed occupazione, sono rimaste inascoltate.

Annunci

§ Una risposta a L’analfabetismo di ritorno/ Un fenomeno ricorrente

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Che cos'è?

Stai leggendo L’analfabetismo di ritorno/ Un fenomeno ricorrente su Officina.

Meta

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: