L’analfabetismo di ritorno/ L’Università popolare

maggio 4, 2014 § 1 Commento

é marco chiazza

Il successo dell’Unipop dimostra che nella società − malgrado un certo degrado di cui una parte significativa della programmazione televisiva è forse il testimone più impressionante − esiste una diffusa fame di cultura, capace di resistere alla crisi intellettuale come a quella economica.

Fra le numerose iniziative, rientranti nell’ambito del LLL (Life Long Learning), merita di essere citata con particolare attenzione l’Università popolare, un’istituzione che iniziò le proprie attività ben prima che si cominciasse a parlare di educazione permanente.

In effetti l’Unipop − come ormai comunemente si abbrevia l’appellativo storico − nacque oltre un secolo fa con l’intento di diffondere la cultura presso i ceti popolari, in un’epoca in cui nel nostro Paese il tasso di analfabetismo era ancora altissimo. Sullo sfondo − più o meno esplicitamente dichiarato − dell’impresa c’era anche una battaglia di laicità. Non si dimentichi, infatti, che quelli erano ancora gli anni in cui la chiesa cattolica guardava con sospetto alla diffusione stessa dell’istruzione, vista come un rischio per il potere politico e, soprattutto, religioso, in quanto capace di fornire strumenti di comprensione della realtà e quindi, potenzialmente, di critica nei confronti dell’esistente. Un qualche genere di formazione professionale poteva essere accettato dalle autorità religiose, in quanto finalizzata, al tempo stesso, all’inclusione sociale e alla neutralizzazione dei conflitti di classe; e in questo caso, il mondo cattolico rivendicava una sorta di monopolio in tale campo. L’Università Popolare nasce quindi, sostanzialmente, come un’iniziativa della borghesia illuminata per l’acculturazione laica dei ceti popolari, non a caso nel contesto cronologico della prima e più dinamica fase dell’esperienza giolittiana.

Una sfida entusiasmante

Ad oltre un secolo dalla sua fondazione l’Unipop è un progetto caratterizzato da un’offerta formativa molto variegata, che spazia dai corsi di informatica e di lingue − questi ultimi rappresentando la componente quantitativamente più rilevante − a corsi che affrontano le tematiche più disparate: dalla filosofia alla religione, dalla letteratura a pressoché tutte le branche del sapere scientifico. Tale varietà ben corrisponde all’eterogeneità del pubblico che frequenta le lezioni: dal punto di vista anagrafico, si spazia dagli appena maggiorenni a fasce di età avanzata; per quanto riguarda il livello di istruzione formale di partenza, anziani che non sono andati oltre la licenza elementare si mescolano a laureati che intendono approfondire aspetti sinora trascurati della propria formazione culturale; infine, anche l’estrazione sociale è estremamente variegata e vede la presenza di operai come di imprenditori, di commercianti come di professionisti, di artigiani come di studenti. Per chi, come me, ha ormai una lunga storia di insegnamento presso l’Unipop, si tratta di un’esperienza entusiasmante e, al tempo stesso, non priva di sfide. Lavorare con un pubblico che − in fascia serale o preserale − decide di frequentare corsi a volte impegnativi senza altro obiettivo se non il proprio arricchimento culturale, garantisce l’enorme vantaggio di poter contare su un genuino interesse ed una convinta motivazione; cosa su cui non sempre possono fare affidamento gli insegnanti nelle tradizionali aule scolastiche. Inoltre, il docente di scuola o di università si trova normalmente in una situazione gerarchicamente sovraordinata rispetto ai propri studenti, mentre in questo caso si instaura un rapporto sostanzialmente paritario che rende la relazione pedagogica per molti versi più proficua e stimolante. Certo non mancano gli aspetti problematici e le difficoltà: in particolare, l’eterogeneità del pubblico, specialmente per quanto riguarda il livello di istruzione pregresso, rende per l’insegnate particolarmente complesso il compito di semplificare senza banalizzare concetti spesso non ovvi.

L’aspetto che mi pare più rilevante è il successo dell’Unipop − anche e soprattutto nei suoi corsi di valenza meno immediatamente utilitaristica −. La dimostrazione che nella società − malgrado un certo degrado di cui una parte significativa della programmazione televisiva è forse il testimone più impressionante − esiste una diffusa fame di cultura, capace di resistere alla crisi intellettuale come a quella economica. E non si tratta di una superficiale curiosità, bensì, mi sembra di poter dire, di un’esigenza profonda, forse proprio stimolata dalle difficoltà della fase storica che stiamo vivendo. Ne è prova il successo di corsi dedicati ad argomenti intellettualmente impegnativi affrontati ad un livello non banalizzante, ma quantomeno di alta divulgazione. A mero titolo esemplificativo, mi permetto di citare il corso pluriennale da me tenuto in collaborazione con Maria Chiara Giorda dell’Università di Torino, che ha visto la frequenza di un pubblico attento e motivato per l’intero arco triennale del ciclo, dedicato ad un approccio non confessionale al tema di Dio nell’ambito del pensiero filosofico, teologico e religioso. Tale desiderio di cultura è una ricchezza potenziale per una società in crisi; una ricchezza che istituzioni come l’Università Popolare possono contribuire a valorizzare.

* Preside del liceo scientifico “Einstein” di Torino.

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