L’analfabetismo di ritorno/ L’ABC e la scuola serale

maggio 4, 2014 § 1 Commento

 éalfonso natale

L’odierna declinazione del concetto di “life-long learning” prevede processi di continuo rientro in formazione, finalizzati a promuovere l’occupabilità delle persone. Una vita che permane nel mondo dell’istruzione formale ma resta chiusa in specialismi successivi e su elementi particolari, che perde di vista la formazione generale e conduce a sapere, magari molto, ma su molto poco. Allora sorge spontanea una domanda: quanto pesano questa retorica e questo piegare i percorsi d’istruzione al dato economico sulla perdita di alfabetizzazione della popolazione adulta?

«La scuola consegue tanto meglio il proprio scopo quanto più pone l’individuo in condizione di fare a meno di essa». Scrivendo così, nella Prefazione aScuola e società di John Dewey, Ernesto Codignola pensava ad una scuola che fornisce strumenti e fa in modo che ognuno possa organizzare e gestire autonomamente il proprio progetto culturale e aveva in mente un cittadino in senso pieno, formato tale dalla scuola e da questa reso autonomo.

Quanta distanza dalla odierna declinazione del concetto di “life-long learning”, che vede processi di continuo rientro in formazione, finalizzati a promuovere l’occupabilità[1] delle persone, cioè ad aggiornare conoscenze e stimolare abilità costantemente adattate ai mutamenti del mondo produttivo. Una vita che permane nel mondo dell’istruzione formale ma resta chiusa in specialismi successivi e su elementi particolari, che perde di vista la formazione generale e conduce a sapere, magari molto, ma su molto poco. Allora sorge spontanea una domanda: quanto pesano questa retorica e questo piegare i percorsi d’istruzione al dato economico sulla perdita di alfabetizzazione della popolazione adulta?

Vincere l’analfabetismo

Credo ci sia un solo modo per vincere l’analfabetismo: garantire istruzione di qualità a tutta la popolazione in età scolare e consentire sempre il rientro in formazione. Poi sarebbe anche opportuno fare in modo che andare a scuola non apparisse ai più come una stupida e inutile fatica, condotta in posti per nulla attraenti. Questo però richiederebbe un’intera e diversificata gamma di strumenti, da usare almeno per individuare e valorizzare le potenzialità, indirizzare verso i territori della  conoscenza più confacenti alle aspirazioni personali, accogliere progetti individuali di correzione e riorientamento dei percorsi già avviati e magari interrotti. Servirebbero, insomma, molti ed efficaci strumenti, stabilità del quadro di riferimento e, soprattutto, personale e risorse economiche.

Invece negli ultimi venti anni abbiamo assistito a un vero e proprio diluvio di modifiche negli ordinamenti e nei contenuti, alla continua sottrazione di personale, al progressivo impoverimento della nostra scuola e delle nostre università, all’isolamento – talvolta alla derisione -degli insegnanti  e alla parallela perdita di senso del lavoro che siamo chiamati a svolgere.

È vero, di tanto in tanto si sono anche levate e si levano grida di allarme sullo stato pietoso della cultura e dell’istruzione nel nostro Paese. Poi, lentamente, rifluiscono facendo crescere confusione e spaesamento. Così rischia di essere anche per il recente clamore sulla rilevanza assunta dal fenomeno dell’analfabetismo di ritorno in Italia, un clamore che dobbiamo sforzarci di sottrarre al destino infame della spettacolarizzazione e dell’oblio, dell’ennesima rotella che si aggiunge al mostruoso meccanismo di rappresentazione della realtà come spettacolo ineluttabile: al quale non ci si può sottrarre e del quale si è solo spettatori, non potendo neppure pensare di cambiarne l’ordine narrativo, le scene e neanche il più insignificante bottone dei costumi.

Analizzare le cause

Una parte fondamentale di questo meccanismo è costituita dall’attitudine a descrivere minuziosamente il problema guardandosi bene dall’indagarne le cause. Invece è bene non scordare mai che l’Italia è, tra i 32 paesi OCSE, all’ultimo posto per la spesa in istruzione rapportata alla spesa pubblica. È pure bene non dimenticare, guardando ai tagli in rapporto al Pil condotti in Europa in questi anni, che l’Italia si è accanita particolarmente su Scuola e Università, seconda alla sola Ungheria.

Soprattutto non dovremmo trascurare di osservare che questi processi non colpiscono l’intera popolazione allo stesso modo perché chi è abbiente sceglie cosa fare: frequenta le migliori scuole, va all’estero, studia le lingue e si specializza. Chi non lo è invece scopre che il paradigma sociale e culturale dominante lo induce a non investire più sulla cultura per sé e per i propri figli. Vede che studiare consente sempre meno di migliorare la propria condizione e rinuncia. Per questa via si ampliano le differenze classiste nella società e nella nostra scuola, si fanno spazio i meccanismi di esclusione che conducono all’abbandono e al drop-out.

Fatto questo modesto esercizio di memoria, bisognerà convenire che non è il destino che ci assegna tassi di abbandono e di analfabetismo di ritorno in costante crescita.

Riduzione della spesa e dei diritti

Sotto questo punto di vista anche il mio modesto osservatorio, il corso serale di un istituto professionale statale, può contribuire a fornire uno spaccato dal quale il problema e certe sue cause emergono con maggiore chiarezza. Cominciamo dal processo di cambiamento radicale che ha investito la scuola serale statale e che si è avviato con la lontana legge finanziaria per il 2007, governo Prodi, ministro Fioroni[2]. Questo processo, che approderà ai CPIA (Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti), vede la confluenza in un solo soggetto istituzionale di tutta l’istruzione rivolta agli adulti. Non entrerò nei dettagli di un’operazione che io giudico perniciosa perché riduce in modo generalizzato la durata e i contenuti dei percorsi di studio, gli organici, le risorse finanziarie, straccia il tessuto di esperienze costruito dagli insegnanti dei corsi serali e pone così le premesse perché l’alfabetizzazione lì acquisita sia altrettanto labile di una frase scritta sulla sabbia. Mi limiterò piuttosto a segnalare l’intenzione politica che sottende l’operazione − riduzione di personale e di sedi − e il fatto che tutto è iniziato ben sette anni fa e si concluderà, forse, col prossimo anno scolastico. Parafrasando un illustre autore[3] possiamo dire che in questi lunghi anninon abbiamo mai conosciuto i programmi, eppure ogni giorno abbiamo dovuto affrontare, con sempre più esitanti risposte, domande la cui esatta portata ci sfugge.

Abbiamo anche assistito, in parallelo con le trasformazioni sociali in atto e con l’arretramento sul terreno dei diritti, alla trasformazione dei nostri studenti. Vero è che, di tanto in tanto, spunta perfino qualche sessantenne ma l’età media si è abbassata, è cresciuto il numero di giovani adulti immigrati (alcuni dei quali già formati nei paesi di origine), è cresciuto di molto l’afflusso di giovani adulti che non rientrano in formazione ma proseguono alla sera percorsi di studio diurno eccessivamente accidentati. La divisione di genere è sempre molto influenzata dai corsi che si frequentano: nella mia scuola (per tecnici meccanici ed elettronici) la partecipazione femminile è decisamente limitata mentre diventa maggioritaria là dove vi siano indirizzi di studio a carattere artistico, turistico, aziendale, linguistico, ecc.

Non tutti gli studenti lavorano e, tra quelli che hanno un lavoro, moltissimi “sono a nero”; gran parte di questi rientrano in formazione perché hanno toccato con mano quanto poco valga un lavoratore dequalificato; sono loro a fare la differenza: frequentano, vogliono imparare e così ciò che imparano lascia una traccia profonda. Molti arrivano − e portano con sé vaste lacune negli ambiti formativi di carattere più generale (italiano e storia, matematica e fisica, lingua straniera) − dalla formazione professionale[4] che la “riforma” Gelmini, consegnando al mercato privato un altro pezzo della scuola pubblica, ha sostanzialmente equiparato alla scuola professionale senza tenere conto delle grandi differenze curricolari e di gestione.

Tutti rappresentano esigenze di attenzione individuale difficili da soddisfare quando si può contare solo su organici instabili, orari rigidi, carenza di locali e attrezzature, frequenze necessariamente saltuarie, impossibilità oggettiva per gli studenti di ricorrere alle tutele contrattuali o legali[5]. Ciò nonostante il reincontro tra queste persone e la scuola conduce spessissimo al pieno successo formativo e al conseguimento del diploma.

L’alfabetizzazione iniziale

Ma se vogliamo davvero affrontare il problema del cosiddetto “analfabetismo di ritorno”, non possiamo eludere un nodo fondamentale: com’è stato il percorso di alfabetizzazione iniziale? Quale sedimento ha lasciato? Su quali basi possiamo contare quando vogliamo costruire successivi momenti di formazione culturale e professionale? Va da sé che tanto più fragile sarà stata la prima formazione, tanto più facile ne sarà la successiva cancellazione e va anche da sé che l’alfabetizzazione “di andata” sarà tanto più fragile quanto più saranno state minate le basi materiali della scuola per tutti. Così troppo spesso mi accade di dover riaffrontare, in classi del triennio finale, questioni matematiche elementari quali i rapporti e le proporzioni tra numeri o anche di confrontarmi con lo scoglio, apparentemente insuperabile, costituito da una scheda scritta in inglese tecnico. Quasi sempre mi trovo di fronte persone il cui curriculum scolastico e lavorativo non giustifica quelle lacune. Allora bisognerà chiedersi dove la scuola ha fallito e quanto peso ha avuto in questo fallimento l’approccio economicistico e quantitativo che permea la nostra società e al quale si uniformano le scelte di indirizzo nella politica scolastica.

Obiettivi ambiziosi e politiche penalizzanti

Si sono spesi fiumi di parole elogiative circa l’armonizzazione dei sistemi di istruzione europei e sull’impegno strategico nella costruzione della “società della conoscenza”, però si è generalmente trascurato di sottolineare come e quanto la formulazione di quegli obiettivi ambiziosi − penso alla Conferenza di Lisbona o alle dichiarazioni della Commissione Europea circa l’intenzione di raggiungere, entro il 2020, tassi di abbandono scolastico al di sotto del 10% e percentuali di giovani laureati al di sopra del 40 − si sia poi tradotta in politiche penalizzanti dei sistemi pubblici di istruzione, e abbia spinto molti governi europei a perseguire migliori risultati quantitativi ricorrendo alla banalizzante semplificazione dei percorsi formativi. È il caso della “riforma Gelmini”, del 3+2 all’università, della sperimentazione del liceo in quattro anni, del varo dei CPIA: tappe diverse di un lento cammino che destruttura il sapere. Un cammino ipocrita e miope ma saremmo davvero imperdonabilmente ingenui se non tenessimo nel dovuto conto il fatto che, per chi ci governa, lanciare piani e dichiarazioni di alto profilo dietro cui celare la concreta attuazione della continua riduzione dei servizi nel perimetro pubblico sia una tentazione dannatamente forte, nel tempo del fiscal compact.

* Docente di Laboratorio di Elettronica all’Ipsia “Zerboni” di Torino.

Note

1. Cfr la cosiddetta Strategia di Lisbona.

2. Non cito casualmente l’inserimento in finanziaria e neppure il governo di centrosinistra; si tratta, a mio avviso, della rappresentazione plastica del fatto che le politiche sulla scuola degli ultimi decenni, tutte restrittive, non hanno conosciuto differenza di schieramento politico. Come giustificare altrimenti le manovrine col “cacciavite” condotte da Fioroni sulla “riforma” Moratti?

3. Cfr. Sergio Solmi, La scuola serale, in Opere, I, Adelphi, 1983. p. 94.

4. La formazione professionale ruota storicamente intorno ad enti privati, generalmente di impronta religiosa o sindacale, cui si sono recentemente aggiunti molti enti privati. La cronaca è costellata di vicende poco commendevoli che li riguardano (dallo scandalo IAL-CISL in Abruzzo e Molise al fallimento CSEA a Torino per approdare al recentissimo scandalo in Sicilia che coinvolge il deputato PD Francantonio Genovese).

5. Perfino quegli studenti che lavorano a tempo indeterminato in grandi aziende riferiscono difficoltà nella fruizione dei permessi per motivi di studio o nella riorganizzazione dell’orario di lavoro per favorire la frequenza.

[1]              Cfr la cosiddetta Strategia di Lisbona

[2]                 Non cito casualmente l’inserimento in finanziaria e neppure il governo di centrosinistra; si tratta, a mio avviso, della rappresentazione plastica del fatto che le politiche sulla scuola degli ultimi decenni, tutte restrittive, non hanno conosciuto differenza di schieramento politico. Come giustificare altrimenti le manovrine col “cacciavite” condotte da Fioroni sulla “riforma” Moratti?

[3]                 Cfr. Sergio Solmi , La scuola serale, in Opere, I, Adelphi, 1983. p. 94 .

[4]                 La formazione professionale ruota storicamente intorno ad enti privati, generalmente di impronta religiosa o sindacale, cui si sono recentemente aggiunti molti enti privati. La cronaca è costellata di vicende poco commendevoli che li riguardano (dallo scandalo IAL-CISL in Abruzzo e Molise al fallimento CSEA a Torino per approdare al recentissimo scandalo in Sicilia che coinvolge il deputato PD Francantonio Genovese)

[5]                 Perfino quegli studenti che lavorano a tempo indeterminato in grandi aziende riferiscono difficoltà nella fruizione dei permessi per motivi di studio o nella riorganizzazione dell’orario di lavoro per favorire la frequenza.

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