Disturbi specifici dell’apprendimento o disturbi delle abilità scolastiche?

marzo 20, 2014 § 2 commenti

 marilena giuliacci *

éIl disturbo specifico non è tanto dell’apprendimento in generale, ma proprio di quelle che sono le abilità scolastiche che sono fatte sì di contenuti ma anche di tempi ben definiti, di possibilità di interazioni “uno a uno” più limitate, di confronti, spazi, risorse e strumenti che non  sono declinati individualmente quanto collettivamente.

«La bambina aveva chiesto attenzione. Aveva solo chiesto di essere guardata. Ma aveva ricevuto una valutazione. “Come sei brava”.

Non è con cattive intenzioni che uno valuta la gente. E’ solo perché lui stesso è stato tante volte sottoposto ai test.

Alla fine uno non riesce a pensare in altro modo

Forse uno non se ne rende conto così chiaramente, se è sempre riuscito a fare più o meno quello che gli veniva richiesto. Forse se ne rende conto chi sa che per tutta la vita sarà sempre sul limite». Da I Quasi Adatti di PETER HØEG.

Quando i bambini iniziano a frequentare la scuola dell’obbligo si trovano a doversi confrontare con le richieste scolastiche e per la prima volta vengono messi alla prova rispetto alla loro capacità di letto-scrittura e logico-matematiche.

Non che nella loro vita prima dell’entrata nella scuola non abbiano mai dovuto utilizzarle, ma nella scuola si richiede al bambino di essere non solo soggetto che produce autonomamente, ma soggetto che viene messo a confronto con gli altri rispetto a compiti specifici  e viene valutato rispetto ai risultati attesi. È in questo momento che l’apprendimento viene messo al servizio delle competenze e delle conoscenze scolastiche.

 

Alcune domande non banali

La conoscenza è primariamente un’esperienza individuale in un ambiente collettivo. Quando uno non raggiunge i risultati attesi? Quando le differenza tra i ragazzi iniziano ad essere evidenti, quando i tempi si allungano e i frutti non maturano le osservazioni degli insegnanti spesso portano le famiglie all’incontro con i Servizi di Neuropsichiatria Infantile o di Psicologia dell’Età Evolutiva con una richiesta di approfondimento rispetto alla presenza o meno di un Disturbo Specifico o Aspecifico dell’Apprendimento?

Nel percorso psicodiagnostico, con i bambini in età scolare, una delle domande che ci si sente rivolgere ed alle quali si tenta di rispondere, direttamente dalle famiglie ed indirettamente dagli insegnanti, quando le richieste si fanno più specifiche, è se il livello e le capacità di apprendimento del bambino sono adeguate.

Affrontare un percorso di psicodiagnosi non è facile per un bambino/ragazzo e per la sua famiglia. Spesso le resistenze allungano i tempi, quando già questi non sono biblici per la presa in carico a causa delle risorse sempre più ridotte dei Servizi Territoriali.

Il lavoro di rete tra i vari professionisti, neuropsichiatra e logopedista diventa assolutamente fondamentale perché lo scopo di una psicodiagnosi non è solo una definizione, un’etichetta ma è quello di fornire un visione ampia e soddisfacente del funzionamento affettivo e cognitivo di una persona, non solo delle sue aree di debolezza ma soprattutto delle sue risorse e potenzialità.

Altrettanto importante è poi il lavoro con gli educatori, con coloro con cui il giovane farà il proprio percorso di crescita e di acquisizione delle conoscenze.

Indispensabile sarà cercare di comprendere quali sono i canali di apprendimento preferenziali, quali modalità il soggetto utilizza per conoscere il mondo esterno, questa conoscenza diviene centrale nel lavoro di “compensazione” delle difficoltà del soggetto.

Quando si parla di misure compensative e dispensative è solitamente più semplice pensare a quali sono le attività, i compiti, le  richieste da cui “dispensare” il bambino o il ragazzo; non è invece altrettanto  automatico comprendere e progettare un intervento che vada a compensare quelle aree e quelle abilità in cui il soggetto è più debole.

La conoscenza delle sue risorse interne, dei suoi canali di apprendimento preferenziali (uditivi, visivi, cinestesici), delle sue competenze, dei suoi interessi sarà il terreno su cui costruire un metodo di lavoro che crescerà con il ragazzo e che diventerà uno strumento che potrà utilizzare in autonomia in tutte le esperienze di apprendimento scolastico.

Bisogni “speciali” e bisogni “individuali”

Recentemente in occasione di confronto con professor Andrea Canevaro, discutendo della questione  relativa ai B.E.S. (Bisogni Educativi Speciali), ho avuto modo di riflettere rispetto a quali siano i bisogni cui si andava realmente e rispondere. E’ davvero “speciali” il termine più adatto o non potrebbe semplicemente essere declinato in ”individuali”?

Quindi nulla che sottolinei l’eccezionalità la diversità, quanto piuttosto un bisogno comune a tutti gli studenti: quello di trovare un metodo individuale, un modo proprio di conoscere a partire dalle proprie attitudini.

Sicuramente individuali non sono solo i bisogni, ma lo è anche il funzionamento psicologico di ciascuno, quali siano le debolezze ed i punti di forza. Noi sappiamo che avere determinate caratteristiche di personalità permette alla persona di affrontare gli ostacoli e le difficoltà in un modo diverso.

I ragazzi e le famiglie che affrontano un disturbo delle abilità scolastiche sono abbastanza resilienti?

“In ecologia il termine di resilienza si riferisce alla capacità di un ecosistema di continuare a funzionare in presenza di shock esterni e cambiamenti indotti: “la resilienza è la capacità di un sistema di assorbire un disturbo e di riorganizzarsi, durante il cambiamento in atto, in modo da mantenere essenzialmente la stessa funzione, identità, retroazione” (Walker et al, 2004).

Di fronte al doversi attrezzare, al riorganizzarsi, al ritornare l’equilibrio i soggetti in questione sono resilienti, sanno cioè ripensarsi, mettersi in gioco?

Persone resilienti sono quelle che riescono ad affrontare le circostanze sfavorevoli, che posti di fronte all’ostacolo prendono nuovamente slancio e lo superano.

Hanno caratteristiche particolari, sono sicuramente capaci di rapportarsi con gli altri, hanno una buona autostima, sono in grado di sentirsi efficaci (sefl-efficacy), riconoscono e sono in grado di utilizzare al meglio le loro abilità. Sono anche capaci di prendere iniziativa, non sono passivi,, ma curiosi, creativi. Ma anche capaci di ridere di sé, cioè di accettarsi perché capaci di riconoscere sia le proprie potenzialità che i propri limiti.

Resilienti si nasce o si diventa?

Sicuramente il contesto affettivo-emotivo, familiare e cognitivo in cui gli individui crescono fa un grande differenza; un bambino che ha intorno a sé persone che lo sostengono e che hanno fiducia in lui che gli hanno permesso di sperimentare e sperimentarsi, non lasciandolo la solo ma accompagnandolo nel percorso di crescita, che hanno sostenuto e non indebolito sarà probabilmente un soggetto più resiliente.

Un bambino che ha le radici piantate in questo terreno sarà in grado di sentirsi amato e sostenuto anche quando si presentano, come può succedere a scuola, delle difficoltà; sarà anche disposto, proprio perché si fida degli altri, a farsi aiutare, a prendersi delle responsabilità e delle iniziative.

Sarà poi in grado di parlare delle proprie paure, di raccontare come si sente, quello che gli succede e di cercare qualcuno quando ne ha bisogno.

Se aiutati da piccoli non solo a comprendere ad accettare le proprie difficoltà ma anche a superarle riusciranno in adolescenza anche a convivere nelle classi con compagni che faticano ad includerli e a rispecchiarsi in loro, ma che li percepiscono solo come “privilegiati” perché hanno le interrogazioni programmate, con qualche pagina in meno, perché possono usare la calcolatrice o il formulario.

F. di 15 anni mi dice: “ la S. (prof.ssa di Italiano) è una st****a, già fa le preferenze quando interroga poi se ci sono i dislessici non ti dico. Sai, la voglio anche io la dislessia…”

F. forse va aiutata a comprendere che i bisogni speciali (B.E.S.) non sono dei privilegi ma che sono delle opportunità di apprendimento alternativo, supportivo, in alcuni casi originale e creativo. Che la definizione forse più adatta è B.E..I (dove la I può essere declinata sia nella parola individuali che in inclusione), che tutti gli strumenti, le strategie, le tecniche che usa il suo compagno possono essere utilissime anche a lei come a tutti.

Avere bisogno di una nuova didattica, essere anche “portatori” di criticità, di nuovi modi apprendere, alternativi e creativi dovrebbe essere percepito e vissuto come una risorsa per la classe e per gli insegnanti, ovviamente non sempre è così.

* Psicologa e educatrice, lavora da anni presso i CEMEA del Piemonte. Collabora coi servizi sociali e di neuropsichiatria di diverse istituzioni del Piemonte; gestisce sportelli di ascolto presso diverse realtà territoriali e scolastiche; svolge anche attività di supervisione, è formatrice ed autrice  (con Stefano Vitale” del libro “Io m’arrabbio, noi parliamo. Aggressività e violenza a scuola” (edito da Carocci, 2007)

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