DIGITALE/ La finestrella magica

marzo 11, 2013 § 2 commenti

 sara saccomani

éIl 12 settembre 2012, primo giorno di scuola, accogliendo una prima, ragazzini e genitori, collego l’iPad alla LIM e illustro il modo di lavorare che ho in mente, in particolare un approccio alla grammatica creativo, ludico, logico e, incidentalmente, digitale. Un tipo di lavoro che conduco da anni, che ribalta il programma del triennio anticipando l’analisi del periodo e che utilizza la struttura vuota della frase complessa come stimolo alla scrittura creativa.

Si entra immediatamente in un universo popolato da banchi di sogliole e sardine colorate e disposte a grappolo, di medaglioni magici su cui è rappresentata la Stella del pensiero, ovvero la mappa di tutti i pensieri possibili, accompagnati da un gatto fantastico, dotato di nove code e dal nome significativo: Gatto Discorso, il gatto di classe.

I bambini sono rapiti, i genitori, che avevano temuto il passaggio dalla primaria alla secondaria come un trauma, sorridono rilassati, per me niente di nuovo, o quasi…

Gli anni scorsi tutto si svolgeva con matite colorate, fotocopie, collage, colle stick, forbici e cartoncini, quest’anno invece i miei pesci guizzano variopinti nell’elegante cornice di un’agile tavoletta delle meraviglie, Gatto Discorso cammina e la stella del pensiero invita a scelte interattive.

Ci ho lavorato tutta l’estate, fotografando e animando disegni, combinando le potenzialità di app differenti, inventando percorsi interattivi. Non sono solo soddisfatta, sono entusiasta. Poi l’affermazione fatale: «in classe lavoreremo così, non è necessario possedere un tablet perché i ragazzi avranno a disposizione il mio e tutto verrà proiettato sulla LIM, chi però lo avesse lo può portare e usare a scuola». Con la collaborazione di Babbo Natale siamo arrivati a quota 16 su 22!

E adesso che siamo in ballo dobbiamo ballare…

L’impressione immediata è di aver aperto un qualche mitologico vaso senza la possibilità di rimettere tutto dentro e chiudere. Tutta altra storia rispetto all’essere da soli, a tu per tu con il proprio dispositivo a fare prove ed esperimenti: il rischio di perdere il controllo (della classe, della didattica, della programmazione) è altissimo.

A questo si accompagna una considerazione profonda, calda e coinvolgente: i ragazzi sono felici. Non c’è come vederli felici per comprendere con amarezza e autocritica, quanto non lo fossero in precedenza.

Sono felici perché giocano, perché non si annoiano più, perché comunicano tra loro senza interruzione a dispetto del divieto di avere il telefono acceso a scuola, ma il motivo più vero per cui lo sono è che questa cosa meravigliosa che hanno e che possono usare liberamente coincide, anziché contrapporsi, col fare scuola.

Cambiano i rapporti

Il rapporto con l’insegnante cambia: innanzitutto abbiamo una cosa in comune, poi si entra in una dimensione di comunicazione immediata, ininterrotta e informale, i contenuti dell’insegnamento (un miscuglio di informazioni meramente tecniche e squisitamente culturali) vengono accolti come qualcosa di utile e prezioso, si diventa oggetto della loro ammirazione!

Anche la percezione del dovere scolastico si trasforma, si attenua la sensazione che sia imposto dall’esterno e dell’alto e diventa qualcosa di proprio da cui trarre una soddisfazione più matura e più completa che il semplice bisogno di approvazione. Il lavoro di ciascuno si inserisce in un ambito collettivo e condiviso, l’antagonismo individuale lascia il posto allo spirito di gruppo.

Si distraggono spesso, spesso giocano invece di seguire, o si mandano messaggi o controllano la posta, comunque si fanno i fatti loro con una comodità mai vista prima, avendo a disposizione una vastissima gamma di possibilità e di ambiti che in passato non potevano passare la porta dell’aula.

È vero. Richiede energia e fermezza, ma non è peggio di quando ti fissavano vitrei sopraffatti dalla noia senza sentire neppure una parola della spiegazione. Oggi come ieri la discriminante è il coinvolgimento, riconoscersi in ciò che si fa, se è così ti seguono altrimenti si distraggono, in alternativa soltanto la paura, di voti bassi e punizioni.

Benessere gioioso

Fare i conti con la loro felicità costringe a riflettere seriamente sulla scuola e sull’impatto emotivo di questa sugli alunni: è un’esperienza nuova, per noi insegnanti, questa felicità.

Finora li abbiamo privati di questo? Colpevolmente o solo superficialmente? Spinti da una convinzione precisa o unicamente per non aver messo in discussione un sistema già consolidato? Oppure solo ora abbiamo a disposizione il modo di conciliare le esigenze di tutti e non possiamo né vogliamo ignorarlo? Ha poi senso valutare l’opportunità di sposare una didattica all’insegna del digitale e della connettività permanente, che si avvale prevalentemente di contenuti virtuali, supportata dalle tecnologie più avanzate, sulla base del favore che questo incontra presso i discenti?

La risposta sta nella comprensione autentica del benessere gioioso che questi ragazzini sperimentano: si tratta di un fenomeno che ho chiamato “effetto lumaca”. Con l’iPad è come se i bambini portassero con sé, a scuola, il loro rifugio emotivo, le loro cose, i loro giochi, la loro musica, le loro foto… insomma, sono a scuola ma giocano in casa, non sono estraniati da se stessi, trattenuti in ostaggio in un luogo, materiale e spirituale, che non gli appartiene e in cui non si riconoscono. Io credo che questo sia sufficiente.

Da ciò deriva che il compito che ci spetta come insegnanti e come adulti, nuovo e inderogabile, è quello di impedire che questo ambito ludico anziché rappresentare un punto di partenza si trasformi in un’immobile cerchio stregato in cui i bambini restano imprigionati. La dimensione trasgressiva del gioco, del video-gioco in particolare, deve venir meno: non è da vietare, ma da limitare con l’astuzia, lasciando ad esso esclusivamente uno spazio residuale. Al mezzo elettronico va sottratta la

natura ricreativa come carattere prevalente e gli va conferita a titolo principale quella di strumento lavorativo, di mezzo produttivo. Una didattica e una pratica di insegnamento che sceglie di avvalersi di un dispositivo come l’iPad deve farlo tout court sfruttandone tutte le potenzialità, lasciando alla chat, alla navigazione, ai giochi e persino alla lettura di testi un ruolo secondario e puntando sulla creatività, sulla possibilità di ricostruire e riorganizzare attivamente, attraverso modalità e scelte originali, contenuti e dati acquisiti con straordinaria, anche se spesso illusoria, facilità. E perché questo accada l’adulto deve a sua volta metterci le mani, deve superare gli alunni in abilità e dimestichezza, deve rielaborare, per non dire reinventare, ogni informazione che intende trasmettere, deve saper giocare. Solo così gli portiamo via un’esclusiva apparente, pericolosa perché ci allontana, e gli restituiamo uno strumento veramente prezioso e sotto controllo, all’insegna della

condivisione.

Approccio multimediale e pluridisciplinare

Paradossalmente le nuove tecnologie, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, anziché rappresentare un salto nel buio, permettono un approccio più istintivo, meno artificiale e forzato, delle modalità tradizionali o tecnologicamente meno avanzate. Permettono insomma un ritorno al primigenio che non si allontana ma si avvicina ad un agire naturale. La virtualità stessa, percepita con sospetto dai tradizionalisti, è propria dell’essere umano, del linguaggio, del pensiero, è il motore di quella attività astrattiva che ci distingue dagli animali. E questo vale a maggior ragione per gli adulti: il vantaggio che noi abbiamo sui ragazzi che non hanno conosciuto un mondo diverso da quello digitale è che a noi l’aristotelica meraviglia, l’incredulità che non possiamo non provare di fronte alle prestazioni e alle potenzialità di questi strumenti, fa da stimolo per inventare opportunità didattiche di grande ricchezza, perché l’idea è il vero contenuto di qualsiasi insegnamento, sia esso arcaico o innovativo, se manca l’idea non esiste autentica trasmissione di sapere e sia il mezzo, sia il linguaggio non sono che sovrastrutture fuorvianti. Pensare che il passaggio al multimediale rappresenti una rottura con il passato è un esempio di questo fraintendimento, il termine stesso è ambiguo e sostanzialmente vuoto.

Che cosa significa multimediale? Significa che un contenuto viene espresso utilizzando contemporaneamente più modalità: verbale, visiva, sonora, ecc.

Ma non basta, non si tratta soltanto della somma di più mezzi, anche il “misto” in sé è un mezzo tra i mezzi, ovvero la somma è a sua volta elemento, il tutto è anche parte. In una società in cui la velocità gioca un ruolo determinante, comunicare significa riuscire a trattenere il destinatario del messaggio abbastanza da convincerlo a riceverlo. Si tratta di un gatto che si mangia la coda, l’escalation degli effetti speciali diventa inarrestabile e spesso la forma supera di gran lunga la sostanza, ma si tratta di un rischio ineliminabile e tutto sommato anche di una bella sfida.

Ciò premesso l’insegnamento dell’italiano, soprattutto alla scuola secondaria di primo grado, dev’essere principalmente centrato sulla comunicazione e sui suoi contenuti. Il che significa che i contenuti vanno creati, non comunicati, o, per meglio dire, socraticamente provocati.

Due tappe, dunque, insegnare a pensare e insegnare a comunicare il proprio pensiero. Alla primaria molta energia si spende per fornire strumenti di base, come leggere e scrivere, alle superiori le competenze specifiche rivestono un ruolo maggiore, ma alle medie va cercata e trovata la personalità del discente, gli va insegnato a conoscere se stesso!

Legare imprescindibilmente comunicazione e multimedialità significa fare una scelta pluri-disciplinare: è banalmente ovvio, se si comunica in tanti modi si coinvolgono tanti ambiti… Ma la condizione di questo è decisamente meno banale, significa affermare che la divisione fra discipline è convenzionale e ingannevole. Da qui la comprensione che il concetto di pluri − e di multi − va ribaltato: non è tanto il sapere ad essere trasversale o i mezzi di comunicazione ad essere più di uno: è il bambino, l’alunno, l’uomo a essere complesso, non univoco, non settoriale, non semplice.

Ne deriva che la moderna e tecnologica multimedialità è in realtà istinto, natura, origine. Stesso fondamento regge le grammatiche generative: il pensiero si muove da realtà e assunti complessi e li scompone in elementi via via più semplici attraverso un’azione intellettuale, logica, culturale, non istintiva, non immediata. Da qui la scelta di impostare lo studio della grammatica a partire dall’analisi della frase complessa, per poi scendere a quella della frase semplice e solo infine giungere all’analisi grammaticale.

La fonte del sapere non è univoca

È indispensabile evitare la soluzione riduttiva di riprodurre gli stessi contenuti negli stessi modi cambiandone solo il formato: libri di testo in pdf, eserciziari in cui le crocette lasciano il posto a pulsanti interattivi. È richiesto un cambiamento molto più profondo per liberare autentiche energie creative: i contenuti vanno costruiti. È evidente che sia le conoscenze sia le competenze non possono più basarsi sulle nozioni, è chiaro che la fonte del sapere non è più né univoca né facilmente riconoscibile. Il nostro compito come insegnanti ora non è più quello di pre-digerire dati immutabili e stantii semplificandoli al limite della banalità, bensì addestrarli alla ricerca e alla selezione, in due parole curiosità e critica.

Un altro equivoco didattico, seppur espressione della migliore volontà, è questo: l’interesse dei ragazzi va catturato, suscitato, conservato… così imparano, ricordano, ascoltano…

È vero il contrario: sono i ragazzi che devono catturare il nostro interesse, suscitarlo, conservarlo… così il livello dell’insegnamento sale, li conosciamo, li ascoltiamo e, soprattutto, rispondiamo loro.

E allora va loro insegnato a comunicare e a comunicare cose interessanti, cioè se stessi,con dignità, con orgoglio, con aggressività e se loro sono a loro agio, se hanno l’impressione di agire in un campo che gli è proprio e attraverso modalità in cui si riconoscono, ciò diventa possibile.

La decisione di accogliere l’iPad in classe per la felicità che provoca negli alunni ha questo come motivo fondamentale. Queste sono le basi su cui costruire cultura e futuro, questa la strada per incontrarli in quanto persone e per fa sì che essi si riconoscano tali, nel senso più alto.

Le nozioni, casomai, verranno…

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