Pubblico, privato. Formazione bene comune/ La scuola è un bene comune

marzo 13, 2012 § 3 commenti

 andrea bagni

C’è un aspetto di tutta la tematica che riguarda i beni comuni che abbiamo più volte toccato anche noi di école. L’abbiamo usata per spostare l’attenzione dall’aspetto organizzativo e burocratico dell’istituzione scolastica, alla qualità interna del fare scuola, ai rapporti che connotano il sapere e si costruiscono fra gli abitanti di quel particolare paesaggio di aule. Spostare l’attenzione per indicare un altro paradigma del ragionamento: relazionale, cooperativo, di ricerca comune, di conoscenza.

In questo senso abbiamo spesso preferito usare il termine di scuola pubblica rispetto a quello di scuola statale. Proprio per non affidarci troppo alla natura giuridica dell’ente gestore (privato o pubblico) e avere invece attenzione per la vita interna della scuola, come incontro e confronto fra generi e generazioni, in una sorta di autoeducazione della società a se stessa: processo che ha bisogno di una dimensione istituzionale quanto di cura collettiva. La scuola statale non è di per sé automaticamente scuola pubblica − costruzione di un mondo comune a partire da punti di vista, storie e culture diverse. Non dipende dal suo “nome” che sia davvero la scuola della Costituzione.

Adesso nella discussione che si è aperta la categoria dei commons, tradotta in beni comuni, si smarca radicalmente anche in termini teorico-giuridici da ciò che è privato come da ciò che è pubblico. Non è questione della qualità giuridica di chi è il proprietario perché certi beni semplicemente non sono disponibili per la proprietà – neppure per la proprietà statale. La collettività definisce beni e spazi pubblici che sono sottratti anche ai soggetti politici istituzionali: all’invadenza delle oligarchie dei partiti come delle burocrazie amministrative. In un certo senso, una sfera pubblica separata da quella politica. Beni definiti dall’esistenza stessa della comunità come indispensabili alla vita della polis e al proprio tessuto connettivo, alla sua identità politica. Aria, acqua, natura, lavoro, sapere. E tuttavia la cura di questo spazio comune non esclude affatto la dimensione organizzativa e istituzionale. Lo sanno bene, sembra, a Napoli, dove su questi temi va avanti un processo costituente assai articolato di assemblee, consulte e tavoli partecipativi. Uno spazio per il coinvolgimento della cittadinanza e per un dialogo, tutt’altro che il luogo di un confuso “sfogatoio” senza relazione vera fra democrazia rappresentativa e partecipazione diretta.

Ci si può domandare se può essere utile per pensare la scuola questa nuova categoria del bene comune, o se invece non rischia di introdurre una dimensione ambigua di comunitarismo che potrebbe frammentare e polverizzare ulteriormente lo scenario – già variegato – della nostra scuola, mettendo in crisi lo stesso valore nazionale del titolo di studio. Quanto queste nuove categorie possono correggere il disastro della democrazia italiana, rappresentativa di nulla e affidata a tecnici come portatori di una necessità naturale – come non ci fosse più nulla da decidere, come fosse tutto obbligato (e la democrazia un lusso che non ci si può permettere). E quanto invece il sogno di una nuova democrazia della partecipazione rischia di chiedere una sorta di mobilitazione permanente della società, militanza assoluta, che forse non appartiene alle possibilità di questo mondo, dall’antropologia politica così devastata. Un territorio si mobilita per un obiettivo, la società si accende a ondate: come costruire intrecci fra partecipazione diretta, intensa, e democrazia rappresentativa fondata sul momento elettorale – che con tutti i suoi limiti di porcellum e mattarellum dà comunque a tutte e tutti il diritto con il voto di contare.

Non sono domande facili.

Si apre qui la discussione. E la nostra Officina Pubblico, privato. Formazione bene comune”.

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