Pubblico, privato. Formazione bene comune/ La scuola della Costituzione

marzo 13, 2012 § 1 Commento

 corrado mauceri

Il problema della scuola pubblica, oggi, non è quello di ricercare un modello di scuola “bene comune”, ma di dare concretezza alla scuola della Costituzione che prevede una scuola di tutti/e e per tutti/e, istituzionalizzata, ma con un governo partecipato a tutti i livelli, garante del pluralismo culturale.

Nella stagione post-referendaria si tende a ricondurre in modo indifferenziato i diritti fondamentali e universali nella nuova categoria di “beni comuni”: l’acqua, la mobilità, la salute, ecc. e quindi anche la scuola (più esattamente il sapere), in quanto diritti universali, sono “beni comuni” nel senso che non possono essere trattati come merci, ma devono essere fruiti da tutti in base alle specifiche esigenze individuali. Intesa in questo senso non c’è dubbio che anche la scuola sia un “bene comune”; ma che cosa significa in concreto scuola “bene comune”?

Significa semplicemente che tutti hanno diritto di accedere alla scuola pubblica? Oppure significa superamento della scuola istituzione ed affermazione di una scuola de-istituzionalizzata e comunitaria? O ancora abbandono di un percorso formativo codificato e certificato che si conclude con il riconoscimento ”legale” del sapere acquisito (il cosiddetto “valore legale del titolo di studio”?

Si ha spesso la sensazione che il concetto di “bene comune” sia usato (o abusato) in modo molto vago e quindi qualche volta anche ambiguo; mi limito a rilevare una recente pubblicazione: La scuola bene comune” a cura di Franco Bassanini e Vittorio Campione, quest’ultimo stretto collaboratore del Ministro Berlinguer e convinto sostenitore del processo di aziendalizzazione della scuola italiana.

 

 

Il valore legale del titolo di studio

È evidente che quando si parla di “scuola bene comune” o si pensa a modelli tra di loro diversi o si rimane nel vago, evitando di entrare nel merito delle questioni (a cominciare da quella del valore legale del titolo di studio).

Per evitare ogni possibile equivoco devo anzitutto premettere che anch’io non ho molto chiaro il concetto di “scuola bene comune” e quindi queste mie brevi considerazioni saranno approssimative, molto probabilmente inadeguate e comunque aperte ad ogni ripensamento. Anzitutto, a mio avviso, bisognerebbe distinguere tra scuola che è l’organizzazione più o meno complessa in cui si esercita il diritto al sapere (e non semplicemente uno “spazio” indefinito dell’accesso al sapere) ed il diritto al sapere che può anche prescindere dalla scuola, quindi dalla sua specifica organizzazione e da qualsiasi forma di codificazione. Quando si parla di scuola “bene comune” penso ci si riferisca alla scuola come “ spazio” in cui si fruisce il diritto al sapere o meglio del diritto al sapere attraverso il percorso scolastico. Se questo riferimento è esatto, diventa preliminare il problema del mantenimento o meno del valore legale del titolo di studio; si tratta peraltro di un problema molto attuale perché nella logica neoliberista che caratterizza le politiche dell’attuale cosiddetto Governo tecnico il problema dell’abolizione del valore legale del titolo di studio è stato molto autorevolmente proposto.

Non penso però che nel dibattito sui “beni comuni” possa trovare spazio l’ipotesi dell’abolizione del valore legale del titolo di studio; se è così, e voglio sperare che sia così, io penso che una discussione sulla scuola come “bene comune” debba concentrarsi sul diritto al sapere non in modo generico e vago, ma in qualche modo organizzato attorno ad un progetto culturale e politico, ad un percorso codificato e certificabile. In altre parole il concetto di “scuola bene comune”, se vogliamo salvaguardare il valore legale del titolo di studio, deve coniugarsi con il concetto di scuola- istituzione e tutti gli aspetti istituzionali che ne derivano, che non si possono eludere (curricula, verifiche periodiche e finali, ordinamenti dei percorsi scolastici, ecc.)

Limitandoci quindi al diritto al sapere in questo senso, io penso di essere, come spesso mi accade, in controtendenza rispetto ad un dibattito sulla scuola “bene comune”, che finora si è limitato all’enunciazione della scuola “bene comune” senza indicare specifiche proposte ordinamentali e coerenti con il compito istituzionale della scuola; un dibattito che si limiti all’enunciazione della scuola ”bene comune” rischia, come nella pubblicazione prima citata, di usare consapevolmente un concetto oggi in voga per riproporre modelli scolastici che nulla hanno a che vedere con i movimenti dei “beni comuni”, oppure rischia di essere vago e deviante rispetto ai reali problemi della scuola che la sinistra tutta, istituzionale e di movimento, dovrebbe affrontare per realizzare la scuola che è prevista già nella Costituzione e che, a mio avviso, va oltre lo schema vago di “bene comune”.

Secondo me, il problema della scuola pubblica, oggi, non è quello di ricercare un modello di scuola “bene comune”, ma di dare concretezza alla scuola della Costituzione che prevede una scuola di tutti/e e per tutti/e, istituzionalizzata, ma con un governo partecipato a tutti i livelli, garante del pluralismo culturale.

La scuola della Costituzione peraltro va ben oltre il concetto di scuola “bene comune”; l’istruzione scolastica nella nostra Costituzione non è soltanto un diritto, ma per almeno otto anni è “un obbligo”; l’istruzione scolastica quindi nella nostra Costituzione non solo è un “bene essenziale”, ma è un bene che si deve fruire ed al quale non si può rinunciare; difatti l’istruzione, come ci ricordava Calamandrei, è un bene funzionale alla realizzazione di quel minimo di uguaglianza che è una precondizione necessaria di ogni democrazia.

 

 

La scuola statale

Per questa sua funzione istituzionale (Calamandrei diceva “costituzionale”), la scuola della Costituzione è affidata allo Stato, sia perché lo Stato deve garantire a tutti l’accesso al sapere (articolo 33 «La Repubblica[…] istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi” – art. 34 “La scuola è aperta a tutti»), sia perché, attraverso un percorso formativo istituzionalizzato, esso rilascia un titolo di studio che certifica, agli effetti legali, il sapere acquisito.

Ma questa scuola della Costituzione, istituzionalizzata e quindi statale non può essere burocratizzata, né, tanto meno, ministeriale perché, nell’ambito dei curricola nazionali (funzionali al valore legale del titolo di studio) richiede un governo partecipato a tutti livelli; personale della scuola, genitori, studenti non sono operatori esecutivi o utenti, ma sono protagonisti del processo formativo, sia della singola scuola sia del sistema nel suo complesso.

Si dirà che però la realtà è ben diversa; la scuola italiana nella realtà è governata, a livello nazionale, anche culturalmente (vedi Test Invalsi) dal Ministro e nelle singole istituzioni scolastiche dai Dirigenti Scolastici, che la partecipazione ed il ruolo degli organi di democrazia partecipata (gli OO.CC.) sono inconsistenti e che le stesse finalità egualitarie che la scuola dovrebbe realizzare sono sempre più compromesse dalla carenza di interventi adeguati e necessari per garantire effettivamente quella necessaria uguaglianza nell’accesso al sapere.

Senza dubbio la scuola reale non è quella della Costituzione ed anzi tende ad essere sempre più distante dalla Scuola della Costituzione; è in atto un processo di progressiva privatizzazione del sistema scuola che incide anche sui contenuti e sul fare scuola (test INVALSI, contributi dei genitori, sponsorizzazioni da parte di aziende private, ecc.) che porterà ad un sistema scolastico sempre più gerarchizzato (scuole di eccellenza e scuole ghetto, ecc.) e subalterno alle culture “dominanti”.

Il problema della scuola non è quindi quello di ricercare nuovi modelli che peraltro rischiano di mettere in discussione punti fermi come il valore legale del titolo di studio e la funzione istituzionale della scuola, ma di impegnarsi a realizzare la scuola della Costituzione.

 

 

La sinistra istituzionalizzata e il primato del privato

Il modello dei cosiddetti decreti delegati del 1974 è stato un primo tentativo di scuola democratica e partecipata; presentava molti limiti e contraddizioni; la sinistra avrebbe dovuto analizzare tali limiti per superarli e soprattutto rafforzare il governo democratico della scuola a tutti i livelli.

Invece la sinistra istituzionale è stata travolta dal pensiero unico del primato del “privato” ed è stata in qualche modo protagonista di un devastante processo di aziendalizzazione della scuola, rafforzando paradossalmente con la legge sull’autonomia scolastica il ruolo ministeriale ed introducendo la figura manageriale del Dirigente scolastico in contrapposizione agli organi di democrazia scolastica, sempre più abbandonati a se stessi e quindi sempre più impotenti; la sinistra alternativa si è preoccupata di andare alla ricerca di nuovi modelli con il risultato che quel poco di pubblico e di democrazia che c’è nella scuola statale è sempre più eroso e contrastato dai vari Brunetta e Profumo.

Penso quindi che se si vuole concretamente realizzare un modello di Scuola “bene comune”, senza stravolgere il ruolo istituzionale della scuola pubblica (ed in tale contesto il valore legale del titolo di studio), sia necessario muoversi sul terreno del quadro istituzionale e soprattutto costituzionale esistente, e costruire un movimento per la gestione politica degli spazi di democrazia scolastica che nella scuola statale, se pur contrastati dalla burocrazia, ancora ci sono e sono molti.

Ovviamente sono necessari impegno, informazione e soprattutto iniziativa politica.

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