Pubblico, privato. Formazione bene comune/ Beni comuni, un’idea che produce azioni

marzo 13, 2012 § 1 Commento

 paolo cacciari *

La locuzione beni comuni (problematica traduzione di the commons) viene sempre più frequentemente usata nel lessico politico. Non c’è movimento d’opinione, gruppo sociale, sindacato di interessi che non la usi per qualificare l’oggetto della propria rivendicazione. Le risorse naturali sono beni comuni. Le infrastrutture che ci permettono una vita di relazione, sia fisica che mentale, sono beni comuni. Le istituzioni e le norme che regolano la convivenza civile sono beni comuni. I saperi fondamentali e i lasciti culturali sono beni comuni.

La ragione di questo successo è facile da intuire, deriva dalla immediatezza e semplicità della nozione di beni comuni. Se un bene o un servizio viene percepito come comune ad un insieme di individui, la sua utilità dovrà essere condivisa da tutti i componenti della comunità a cui il bene afferisce. In altre parole, se un bene o un servizio appartiene a tutti i benefici che se ne possono trarre dalla sua utilizzazione non possono andare a vantaggio esclusivo di chicchessia, ma dovranno essere equamente distribuiti e amministrati in una qualche forma fiduciaria, coinvolgente, democratica.

I motivi del successo

La ragione del crescente successo del concetto di beni comuni risiede molto probabilmente nella sua capacità di contrapporsi concretamente al processo in corso dagli anni ’80 di “proprietarizzazione” e di privatizzazione dei beni demaniali e dei servizi pubblici. Infatti, in fasce sempre più larghe di cittadine e di cittadini è venuto maturando un giudizio critico sugli esiti disastrosi delle politiche economiche neoliberiste prevalenti. Da questo punto di vista si può ben dire che l’idea dei beni comuni sia una di quelle che ha la forza di produrre azioni. Una nuova generazioni di conflitti sociali è nata nel nome dei beni comuni: l’acqua e la cultura, la formazione e l’informazione, il clima e il patrimonio biologico (le sementi per i contadini indigeni), il territorio (per le popolazioni devastate da insediamenti impattanti) e il lavoro (per chi è sottoposto a forme inaccettabili di sfruttamento e precarizzazione). E potremmo continuare a lungo: un teatro di prosa (il Valle di Roma) è stato occupato ed è diventato un simbolo contro il cambio di destinazioni d’uso e la alienazione di beni culturali; boschi, pascoli e lagune classificati “usi civici” o “proprietà collettive” governate con modalità consuetudinarie autonome vengono rivalutati come forme di gestione particolarmente efficienti; molte proprietà giuridicamente private agli effetti del codice civile, vengono in realtà gestite in forme comunitarie: co-housing, cooperative di produzione a proprietà indivisa, centri di assistenza, case editrici, programmi open source, centri sociali.

I rischi

Ma in questo modo, ragionando per estensione – si afferma da più parti – c’è il rischio che ogni cosa che esiste al mondo possa essere classificata come bene comune. Non esiste infatti bene materiale o immateriale che non sia possibile considerare come risorsa utile a tutti e quindi, seguendo un ragionamento astrattamente giusto, condivisa tra tutti. C’è insomma il rischio che nasca una nuova retorica dei beni comuni che alla fine banalizza il concetto e ne stempera l’efficacia. I sostenitori della teoria dei beni comuni dovrebbero quindi prestare attenzione alla raccomandazione di Goffredo Parise che invitava a rifuggire dalle «parole tana», quelle che rassicurano ma non proteggono. Come anche dalle «parole ameba» – come le definiva Ivan Illich – che si prestano a tutte le interpretazioni possibili: come “vita”, “libertà” e la stessa “democrazia”. Meglio quindi andare a precisare il concetto di beni comuni se pensiamo che non sia solo uno slogan alla moda, ma che possa contenere significati paradigmatici attorno cui è possibile sviluppare un nuovo immaginario, una nuova cosmovisione, ed anche nuove politiche sociali ed economiche.

Approcci possibili

Alla grande tematica dei beni comuni ci si può avvicinare da tanti e diversi punti di vista: fenomenologico e scientifico, attraverso l’ecologia; utilitaristico, attraverso l’economia e il diritto; funzionale e finalistico, attraverso la sociologia e la filosofia. Vediamo alcuni dei principali approcci.

Elinor Ostrom (Governare i beni collettivi, Marsilio 2006), prima donna insignita del Nobel all’economia, ha avuto il merito di documentare come le risorse comuni (common pool) possono essere gestite meglio (massimizzare i benefici e durare più a lungo) fuori dai modelli pubblico/privato, stato/mercato. Sono esistiti ed esistono tutt’ora in tutto il mondo casi di istituzioni complesse di auto-organizzazione sociale. Grazie alla studiosa americana si è finalmente smascherata la leggenda (alimentata dalla scuola di Cicago) secondo cui l’utilizzo collettivo dei campi aperti (open field) avrebbe portato alla “Tragedy of the Commons” (è il titolo del saggio pubblicato nel 1968 del biologo maltusiano Garret Hardin), cioè, al loro sovra-sfruttamento e all’esaurimento della risorsa. Al contrario, come gli storici ci avevano insegnato (tra tutti Peter Linebaugh e Marcus Rediker, I ribelli dell’Atlantico, Feltrinelli 2000), sono state le enclosures, l’intensificazione industriale dei fondi agricoli alla vigilia della prima industrializzazione a distruggere le economie di sussistenza, creare eserciti di disoccupati e infine a desertificare anche l’agricoltura.

I casi di comunità che creano istituzioni collettive (common-property ) di successo contemplati dalle ricerche della Ostrom sono però di dimensioni ridotte, dove la fiducia e la reciprocità è controllabile individualmente o quasi. Rimane comunque valida la dimostrazione che i comportamenti asociali, non cooperativi, irrazionali e incompetenti dei free-rider (predatori e inquinatori), mossi dall’imperativo egoista “hobbesiano” (homo omini lupus) del massimo beneficio individuale, possono essere evitati senza ricorrere né alla parcellizzazione e privatizzazione dei beni, né all’intervento coercitivo, impersonale e anonimo dello stato.

Conclusioni analoghe alla Ostrum sono arrivate dagli studi di ecologia politica di Joan Martínez Allier (L’ecologia dei poveri, Jaca Book, 2009) sui conflitti ambientali dove si racconta come sfruttamento delle risorse naturali e impoverimento delle popolazioni locali si intrecciano e che quindi una oculata gestione dei beni naturali non può che essere basata su criteri integrati di giustizia ambientale e sociale.

Un passo in avanti decisivo verso una teoria transdisciplinare dei beni comuni è stato compiuto da Stefano Rodotà, il giurista, che ha presieduto la commissione governativa incaricata nel 2008 ariformulare il Codice civile. Rodotà concettualizza per i beni comuni una nuova categoria distinta da quella tradizionale dei beni pubblici sociali, quelli gestiti direttamente dallo stato, per intenderci. I beni comuni sono quelli funzionali dell’esercizio di diritti fondamentali, quindi necessari alla soddisfazione effettiva dei bisogni primari degli individui. La proposta di legge Rodotà (fatta propria dalla regione Piemonte) ne compila un elenco di beni «fisiologicamente non orientati al mercato»: l’acqua, i ghiacciai, le sorgenti, i fiumi e i laghi; l’aria; i parchi, le foreste, il paesaggio, la flora e la fauna selvatiche; i beni culturali e ambientali. Beni che vengono definiti a titolarità diffusa, che appartengono a tutti e a nessuno (res communes omnium e res extra commercium), nel senso che tutti devono poter accedere ad essi e nessuno può pretenderne l’esclusività. Una sorta di costituzionalizzazione dei beni naturali e dei lasciti culturali, come già è avvenuto in alcune nuove Costituzioni centroamericane: Ecuador e Bolivia dove a Pachamama (alla Madre Terra) viene riconosciuta una titolarità di diritti inalienabili.

Gli “allievi” di Rodotà, Ugo Mattei (Beni Comuni. Un manifesto, Laterza, 2011, vedi la recensione di Paolo Chiappe) e Alberto Lucarelli (Beni comuni. Dalla teoria all’azione politica, Dissensi, 2011), portano alle ultime conseguenze il ragionamento giungendo ad escludere la possibilità di qualsiasi forma di sovranità proprietaria, sia privata che pubblica, sui beni comuni e rifiutano una loro catalogazione: i beni comuni sono – semplicemente – ciò che la società decide di gestire comunitariamente. I bisogni, infatti, come insegnano nelle teorie che li hanno contemplati, sono sempre socialmente determinati. E possono cambiare da paese a paese e nelle epoche storiche. «Un bene comune […] non può concepirsi come un mero oggetto […]. Non può essere colto con la logica meccanicistica e riduzionistica tipica dell’Illuminismo, che separa nettamente il soggetto dall’oggetto. In una parola non può essere ricondotto all’idea moderna di merce […]. Noi non “abbiamo” un bene comune, ma in un certo senso “siamo” (partecipi del) bene comune». (Mattei, p. 52).

E qui arriviamo alla dimensione sociale e filosofica che sottende il concetto di beni comuni. I beni comuni ci aiuta – come suggerisce Franco Cassano – ad «imparare a stare assieme, a condividere le proprie esperienze con gli altri, a sentirsi parte di un tutto. L’attenzione, l’abitudine e il bisogno del bene comune nascono dalla pratica della condivisione dei beni comuni. E si tratta di esperienze che occorre curare, riprodurre, moltiplicare, mentre troppo spesso noi le lasciamo deperire come se appartenessero al passato e non anche al futuro». (Franco Cassano, “Mutare il codice”, in A che serve la storia?, il libro curato nel 2011da Piero Bevilacqua per Donzelli, p. 125).

 * Paolo Cacciari è curatore del volume collettaneo, La società dei Beni comun, Ediesse, 2010.

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